Collegamento societario e parentela tra soci: cosa chiarisce la Cassazione

Collegamento societario: la parentela tra soci non basta a dimostrare il gruppo di imprese

Nelle imprese familiari, nei gruppi societari e nelle realtà imprenditoriali collegate da rapporti personali, capita spesso che più società abbiano soci legati da vincoli di parentela o affinità.

Ma questo basta per parlare di collegamento societario? E, soprattutto, può essere sufficiente per presumere l’esistenza di un gruppo d’impresa?

La Corte di Cassazione, con una recente pronuncia richiamata anche dalla stampa specialistica, ha chiarito un principio importante: la sola parentela tra soci di società diverse non è sufficiente a dimostrare l’esistenza di un collegamento societario esterno. Serve una verifica concreta dell’influenza esercitata sulle decisioni strategiche dell’altra società.

Per imprenditori, PMI e professionisti, il tema è rilevante perché può incidere su fiscalità, operazioni infragruppo, assetti societari, responsabilità e rapporti con l’Amministrazione finanziaria.

Che cosa si intende per collegamento societario

Il Codice civile distingue tra società controllate e società collegate.

L’art. 2359 c.c. considera collegate le società sulle quali un’altra società esercita un’influenza notevole. La stessa norma prevede anche alcune presunzioni legate alla partecipazione ai voti in assemblea ordinaria: almeno un quinto dei voti, oppure un decimo se la società ha azioni quotate in mercati regolamentati.

In termini pratici, il collegamento societario non riguarda solo la presenza di rapporti personali tra soci, amministratori o familiari. Riguarda la capacità effettiva di una società di incidere sulle scelte rilevanti di un’altra.

Il caso affrontato dalla Cassazione

La questione nasce da una controversia in cui il collegamento tra più società era stato valorizzato anche sulla base dei rapporti di parentela tra soggetti appartenenti a compagini societarie diverse.

La Cassazione ha escluso che questo elemento, da solo, possa bastare.

Secondo il principio richiamato dalle fonti consultate, il collegamento societario esterno richiede l’accertamento concreto dell’esercizio effettivo di un’influenza notevole da parte di una società sulle decisioni assembleari strategiche dell’altra.

In altre parole: il fatto che i soci siano parenti può essere un indizio, ma non sostituisce la prova.

Parentela tra soci: perché non basta

Il punto centrale è la differenza tra legame personale e influenza societaria.

Due soci possono essere parenti, ma questo non significa automaticamente che una società diriga, condizioni o influenzi in modo rilevante le decisioni dell’altra.

Per sostenere l’esistenza di un collegamento societario, occorre verificare elementi concreti, come ad esempio:

  • chi assume realmente le decisioni strategiche;
  • se esistono accordi, intese o comportamenti coordinati;
  • se una società incide sulle assemblee o sugli indirizzi gestionali dell’altra;
  • se vi sono finalità economiche comuni chiaramente individuabili;
  • se l’assetto dei rapporti produce una dipendenza effettiva e dimostrabile.

La parentela, quindi, può entrare nel quadro valutativo, ma non può diventare una scorciatoia probatoria.

Collegamento societario e gruppo d’impresa non sono la stessa cosa

Un altro passaggio importante riguarda la distinzione tra collegamento societario e gruppo societario.

Anche quando un collegamento societario viene accertato, questo non comporta automaticamente l’esistenza di un gruppo d’impresa.

Per parlare di gruppo societario, infatti, occorre dimostrare l’esercizio effettivo di attività di direzione e coordinamento da parte di una società capogruppo sulle altre società.

L’art. 2497-sexies c.c. prevede una presunzione relativa di direzione e coordinamento in capo alla società o all’ente tenuto al consolidamento dei bilanci, o che comunque controlla altre società ai sensi dell’art. 2359 c.c. Ma, anche in questo caso, il punto resta la sostanza dei rapporti: non basta una lettura formale o familiare degli assetti.

Perché la decisione interessa imprese e PMI

La pronuncia è utile perché richiama un principio di equilibrio: le relazioni familiari, frequenti nel tessuto imprenditoriale italiano, non possono essere ignorate, ma non possono nemmeno generare automaticamente conseguenze giuridiche o fiscali rilevanti.

Per le imprese, questo significa che gli assetti societari devono essere letti con attenzione, soprattutto quando:

  • più società fanno capo alla stessa famiglia imprenditoriale;
  • esistono operazioni economiche ricorrenti tra società con soci collegati;
  • si utilizzano strutture societarie parallele;
  • sono presenti rapporti finanziari, commerciali o gestionali infragruppo;
  • l’Amministrazione finanziaria contesta l’esistenza di un gruppo o di un coordinamento unitario.

In questi casi, è importante poter dimostrare con chiarezza ruoli, decisioni, autonomia gestionale e logiche economiche delle operazioni.

Cosa dovrebbero verificare le aziende

Per ridurre il rischio di contestazioni o interpretazioni errate, imprese e professionisti dovrebbero prestare attenzione ad alcuni aspetti operativi.

Assetti societari chiari

È utile verificare partecipazioni, diritti di voto, patti parasociali, deleghe, organigrammi e poteri degli amministratori.

Decisioni tracciabili

Le decisioni strategiche dovrebbero essere documentate in modo coerente, con verbali, delibere e motivazioni economiche comprensibili.

Operazioni tra società motivate

Quando più società collegate da rapporti personali intrattengono rapporti commerciali o finanziari, è opportuno che le operazioni abbiano una chiara giustificazione economica.

Distinzione tra autonomia e coordinamento

Se le società operano in modo autonomo, questa autonomia deve emergere anche dalla gestione concreta. Se invece esiste un coordinamento, va valutato correttamente sotto il profilo societario, fiscale e documentale.

Il punto per imprenditori e professionisti

La Cassazione offre un chiarimento utile: non basta dire che due società sono “di famiglia” per affermare che siano collegate o parte di un gruppo.

Serve una prova concreta dell’influenza notevole o, nel caso del gruppo, dell’attività di direzione e coordinamento.

Per le imprese familiari e le PMI, questo principio è particolarmente importante: aiuta a distinguere i legami personali dagli effetti giuridici e fiscali degli assetti societari.

Una corretta analisi preventiva può evitare contestazioni, incertezze e valutazioni improprie nei rapporti con soci, creditori, amministrazione finanziaria e controparti.

Conclusione

Il collegamento societario non si presume solo perché i soci sono parenti. Occorre dimostrare come quel rapporto si traduca, concretamente, in influenza sulle decisioni strategiche di una società da parte di un’altra.

Per chi gestisce imprese familiari, gruppi societari o strutture con più società operative, il messaggio è chiaro: gli assetti devono essere coerenti, documentati e valutati con attenzione.

Prenota ora una consulenza gratuita per saperne di più!

Consenso informato: se l’intervento cambia, la prova spetta alla struttura sanitaria

Consenso informato e intervento diverso: cosa cambia per strutture sanitarie e professionisti

Il consenso informato non è una semplice firma. È il momento in cui il paziente riceve informazioni chiare, specifiche e comprensibili sul trattamento proposto, sui rischi, sulle alternative e sulle possibili conseguenze.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11608 del 28 aprile 2026, è tornata su un tema molto rilevante per strutture sanitarie, cliniche private, studi medici e professionisti: cosa accade quando l’intervento eseguito è diverso, più ampio o più invasivo rispetto a quello per cui il paziente aveva prestato il consenso?

In base alle fonti consultate, la risposta è chiara: non è il paziente a dover dimostrare che avrebbe rifiutato il diverso intervento. È la struttura sanitaria a dover provare che il paziente avrebbe comunque prestato il consenso anche al trattamento effettivamente eseguito.

Il caso esaminato dalla Cassazione

La vicenda riguardava una domanda risarcitoria collegata al decesso di una paziente dopo un intervento cardiochirurgico. Secondo quanto emerge dall’ordinanza, il punto controverso non era solo l’esito clinico dell’operazione, ma l’estensione del consenso informato prestato.

La paziente aveva sottoscritto un consenso riferito all’intervento prospettato. In concreto, però, l’intervento eseguito avrebbe avuto caratteristiche più ampie e complesse rispetto a quelle indicate nel consenso originario.

I giudici di merito avevano ritenuto che spettasse alla parte attrice dimostrare che, se correttamente informata, la paziente avrebbe rifiutato l’intervento più complesso. La Cassazione ha censurato questa impostazione e ha rinviato la causa alla Corte d’Appello di Bologna.

Il principio: il consenso deve riguardare l’intervento effettivo

Il punto centrale della decisione è pratico: il consenso informato deve essere riferito al trattamento realmente eseguito, non a un generico percorso chirurgico.

Questo significa che un modulo firmato non basta, da solo, a dimostrare che il paziente abbia accettato ogni possibile variazione dell’intervento.

Il consenso deve essere:

  • specifico, cioè riferito al trattamento proposto;
  • informato, quindi basato su rischi, benefici, alternative e conseguenze;
  • comprensibile, non espresso con formule tecniche incomprensibili;
  • documentato in modo coerente con quanto realmente spiegato al paziente.

Quando l’intervento praticato è diverso o più invasivo rispetto a quello programmato, la struttura deve poter dimostrare che l’informazione è stata adeguata anche rispetto a quel diverso trattamento.

Onere della prova: perché grava sulla struttura sanitaria

La Cassazione richiama il precedente n. 1443/2025: quando il paziente allega che il proprio consenso era limitato all’intervento programmato, non spetta a lui provare che avrebbe rifiutato il trattamento diverso.

L’onere si sposta sulla struttura sanitaria, che deve dimostrare che il paziente avrebbe prestato consenso anche all’intervento più complesso o più invasivo.

La ragione è evidente: sarebbe poco realistico pretendere che il paziente dimostri quale decisione avrebbe preso rispetto a un trattamento che non gli era stato spiegato in modo completo. Il consenso informato tutela il diritto di autodeterminazione, cioè la possibilità di scegliere consapevolmente se sottoporsi o meno a una determinata cura.

Attenzione ai moduli generici

Per strutture sanitarie e professionisti, il punto operativo è molto importante.

Un modulo prestampato, generico o troppo ampio può non essere sufficiente. La firma del paziente non deve essere trattata come una copertura automatica per ogni decisione clinica successiva.

Il rischio aumenta quando:

  • il modulo descrive l’intervento in modo generico;
  • non sono indicati rischi specifici e alternative;
  • la documentazione clinica non chiarisce cosa è stato effettivamente spiegato;
  • l’intervento finale presenta caratteristiche diverse da quelle programmate;
  • non emerge una situazione di urgenza tale da giustificare l’intervento immediato senza ulteriore consenso.

Questo non significa che ogni variazione tecnica comporti automaticamente responsabilità. Significa però che, se il trattamento cambia in modo rilevante, la struttura deve avere una documentazione solida del percorso informativo.

Cosa prevede la Legge 219/2017

La Legge 22 dicembre 2017, n. 219 disciplina il consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento. La norma valorizza la relazione di cura e fiducia tra paziente e medico e riconosce il diritto della persona a conoscere le proprie condizioni di salute e a ricevere informazioni complete e comprensibili.

Il consenso, inoltre, deve essere documentato e inserito nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico, secondo le forme previste dalla legge.

Per questo il tema non riguarda solo il contenzioso, ma anche l’organizzazione interna delle strutture: procedure, modulistica, tracciabilità delle informazioni e formazione del personale sanitario sono elementi decisivi.

Impatti pratici per strutture sanitarie, studi medici e professionisti

La pronuncia della Cassazione offre uno spunto utile per rivedere le procedure di gestione del consenso informato.

In particolare, è opportuno verificare:

  • se i moduli sono aggiornati, specifici e comprensibili;
  • se esiste una procedura chiara per spiegare rischi e alternative;
  • se la cartella clinica documenta il colloquio informativo;
  • se sono previsti protocolli per le variazioni dell’intervento programmato;
  • se il personale è formato sul valore giuridico e organizzativo del consenso;
  • se i casi complessi vengono gestiti con documentazione rafforzata.

Per le strutture private, le cliniche, gli ambulatori e gli studi professionali, questo tema rientra a pieno titolo nella gestione del rischio legale e organizzativo.

Il punto da ricordare

La domanda non è solo: “il paziente ha firmato?”

La domanda corretta è: “il paziente è stato messo nelle condizioni di comprendere e scegliere rispetto al trattamento effettivamente eseguito?”

La differenza è sostanziale. Un consenso realmente informato protegge il paziente, ma protegge anche la struttura, perché rende più chiaro, documentato e trasparente il percorso decisionale.

Conclusione

L’ordinanza n. 11608/2026 conferma un principio di grande rilievo: se l’intervento eseguito è diverso o più invasivo rispetto a quello programmato, la struttura sanitaria deve poter dimostrare che il paziente avrebbe prestato consenso anche a quel trattamento.

Per imprese sanitarie, studi medici e professionisti, il consenso informato non è quindi un adempimento formale, ma uno strumento di tutela, qualità e corretta gestione del rischio.

Prenota ora una consulenza gratuita per saperne di più!

Mutuo usurario: quando gli interessi non sono dovuti

Mutuo usurario: quando gli interessi non sono dovuti

Una recente decisione del Tribunale di Brindisi ha riportato al centro dell’attenzione un tema spesso sottovalutato: il costo effettivo del mutuo.

Non sempre, infatti, il tasso indicato nel contratto riflette il reale peso economico del finanziamento. Ed è proprio su questo aspetto che si gioca la differenza tra un mutuo legittimo e uno potenzialmente usurario.

Il caso: una significativa riduzione del debito

Nel caso esaminato, il giudice ha accertato il superamento del tasso soglia previsto dalla normativa antiusura.

Le conseguenze sono state rilevanti:
l’importo richiesto è stato rideterminato da 42.645,06 euro a 14.971,93 euro.

Il motivo è semplice e previsto dalla legge: quando gli interessi sono considerati usurari, la relativa clausola è nulla e non sono dovuti interessi. Il mutuo, di fatto, diventa gratuito e resta da restituire soltanto il capitale.

Il punto decisivo: il costo reale del finanziamento

L’elemento più interessante della pronuncia riguarda il metodo utilizzato.

Il Tribunale non si è limitato a considerare il tasso nominale, ma ha valutato il costo complessivo del finanziamento attraverso il TAEG, includendo anche gli effetti economici derivanti dal piano di ammortamento.

In questo modo, l’attenzione si sposta dalla forma alla sostanza: non conta solo ciò che è scritto nel contratto, ma quanto il mutuo costa realmente nel tempo.

Ammortamento alla francese e incidenza sugli interessi

La maggior parte dei mutui è strutturata con il cosiddetto ammortamento alla francese, caratterizzato da rate costanti.

Questo sistema comporta che, nelle prime fasi del rapporto, la quota interessi sia più elevata, mentre la restituzione del capitale avviene più lentamente.

Il risultato è un maggiore peso complessivo degli interessi nel corso del tempo. Secondo il Tribunale, tale effetto economico non può essere ignorato nella verifica dell’usura, se incide concretamente sul costo del credito.

Il principio di fondo: tutte le voci di costo rilevano

La normativa antiusura impone di considerare tutte le componenti del costo del finanziamento.

Non rileva soltanto il tasso dichiarato, ma ogni elemento che rappresenta una remunerazione del credito. Se il costo complessivo supera la soglia stabilita dalla legge, gli interessi non sono dovuti.

Si tratta di un principio che mira a garantire una tutela effettiva, evitando che il costo reale del finanziamento venga mascherato da modalità di calcolo apparentemente neutre.

Un accertamento che richiede un’analisi concreta

Non ogni mutuo è usurario e non ogni piano di ammortamento comporta automaticamente un’irregolarità.

La verifica deve essere svolta caso per caso, tenendo conto di diversi elementi: il contratto, il piano di ammortamento e il periodo in cui il finanziamento è stato stipulato.

Solo un’analisi tecnica consente di stabilire se il costo complessivo abbia superato i limiti di legge.

Conclusioni

La sentenza del Tribunale di Brindisi evidenzia un aspetto fondamentale: il costo del finanziamento deve essere valutato nella sua effettiva incidenza economica.

Questo orientamento rafforza l’attenzione verso la trasparenza e la correttezza dei rapporti di credito, ponendo al centro la tutela di chi sottoscrive un mutuo.

Comprendere il costo reale del finanziamento è il primo passo per verificare la correttezza delle condizioni applicate e, se necessario, tutelare i propri diritti.


Se avete bisogno di ulteriori chiarimenti o di una consulenza su questi o altri argomenti non esitare a contattarci, lascia i contatti sul nostro sito per essere ricontattato.

 

Cos’è il danno alla salute?

Cos’è il danno alla salute e chi riguarda?

Quando si parla di danno alla salute si fa riferimento alla lesione dell’integrità fisica o psicologica di una persona provocata dal comportamento di un altro soggetto. Nel diritto civile italiano questa forma di pregiudizio rappresenta una delle ipotesi più rilevanti di responsabilità e può dare luogo a richieste di risarcimento anche molto elevate.

Per questo motivo il tema non riguarda soltanto chi subisce il danno, ma anche imprese, professionisti e datori di lavoro, che possono essere chiamati a rispondere delle conseguenze di un evento lesivo nei confronti di dipendenti, clienti o terzi.

Negli ultimi anni la disciplina del risarcimento dei danni alla persona è stata oggetto di un’evoluzione importante. In particolare, il D.P.R. 13 gennaio 2025 n. 12 ha introdotto la Tabella Unica Nazionale per la liquidazione del danno biologico, con l’obiettivo di rendere più uniformi i criteri di calcolo del risarcimento.

Comprendere cosa si intende per danno alla salute e come viene determinato il risarcimento è quindi essenziale anche per chi gestisce un’impresa.

Il significato giuridico del danno alla salute

Nel linguaggio giuridico il danno alla salute coincide, nella maggior parte dei casi, con il cosiddetto danno biologico. Si tratta della lesione dell’integrità psicofisica della persona che incide sulla qualità della vita e sulle normali attività quotidiane.

La caratteristica principale di questo tipo di danno è che può essere risarcito anche quando non produce una perdita economica diretta. Ciò significa che il risarcimento può essere riconosciuto anche a chi non svolge un’attività lavorativa o non subisce una diminuzione del reddito.

Dal punto di vista medico-legale il danno biologico viene generalmente distinto in due categorie. Il danno temporaneoriguarda le conseguenze della lesione durante il periodo di cura e di convalescenza. Il danno permanente, invece, si verifica quando la lesione lascia effetti duraturi o definitivi nella vita della persona.

Questa distinzione è fondamentale perché incide direttamente sulla determinazione del risarcimento.

Le diverse forme di danno risarcibile

Quando una persona subisce una lesione alla salute, il risarcimento non riguarda solo il danno biologico in senso stretto. L’ordinamento italiano riconosce infatti diverse voci di danno che possono essere liquidate insieme.

Una prima categoria è rappresentata dal danno patrimoniale, cioè dalle conseguenze economiche della lesione. Pensiamo, ad esempio, alla perdita o alla riduzione della capacità lavorativa, alle spese mediche sostenute oppure ai costi per l’assistenza o la riabilitazione.

Accanto a questo profilo economico esiste poi il danno morale, che riguarda la sofferenza interiore e il turbamento psicologico causati dall’evento lesivo.

La giurisprudenza riconosce inoltre il danno da perdita di chance, cioè il pregiudizio derivante dalla perdita di una concreta opportunità di miglioramento personale o professionale. In altre parole, il risarcimento può essere riconosciuto anche quando l’illecito non elimina un vantaggio certo, ma priva la vittima di una possibilità reale di ottenerlo.

Particolarmente rilevante è anche il danno derivante dalla morte di un congiunto, che consente ai familiari di ottenere il risarcimento per la perdita del rapporto affettivo e relazionale con la vittima.

In alcune situazioni viene inoltre riconosciuto il cosiddetto danno terminale, cioè il pregiudizio subito dalla persona nel periodo compreso tra la lesione e la morte quando la vittima è consapevole dell’imminenza del proprio decesso.

L’importanza della valutazione medico-legale

La determinazione del danno alla salute non può prescindere da una valutazione tecnica. Per questo motivo nei procedimenti giudiziari assume un ruolo centrale la consulenza medico-legale.

Il medico legale ha il compito di accertare la natura della lesione, individuare il grado di invalidità temporanea o permanente e verificare il rapporto di causalità tra l’evento e il danno subito.

Sulla base di questa valutazione il giudice può stabilire se il danno esiste e quale sia la misura del risarcimento.

Come viene calcolato il risarcimento?

Uno degli aspetti più complessi riguarda la quantificazione del danno. Per molti anni i tribunali italiani hanno utilizzato criteri differenti, con il rischio di ottenere risultati molto diversi da una sede giudiziaria all’altra.

Per ridurre queste differenze il legislatore ha introdotto la Tabella Unica Nazionale per la liquidazione del danno biologico, approvata con il D.P.R. 13 gennaio 2025 n. 12.

La tabella stabilisce criteri uniformi per la determinazione del risarcimento e prende in considerazione diversi fattori, tra cui l’età della vittima, la percentuale di invalidità permanente e la durata dell’invalidità temporanea. Il giudice può inoltre personalizzare l’importo del risarcimento in relazione alle specifiche condizioni della persona danneggiata.

Questo sistema mira a garantire maggiore uniformità e prevedibilità nelle decisioni giudiziarie.

Perché il danno alla salute riguarda anche le imprese?

Il tema del danno alla salute non riguarda solo i rapporti tra privati. In molti casi, infatti, possono essere coinvolte anche imprese e organizzazioni.

Le situazioni più frequenti sono quelle legate agli infortuni sul lavoro, alla responsabilità per prodotti difettosi, agli errori professionali o agli incidenti che coinvolgono clienti e utenti.

In questi casi l’impresa può essere chiamata a rispondere dei danni causati, con conseguenze economiche anche molto rilevanti.

Per questo motivo è fondamentale adottare una strategia di prevenzione che comprenda adeguate misure di sicurezza, una corretta gestione del rischio e, quando necessario, il supporto di professionisti esperti nella gestione delle responsabilità civili.

Comprendere il funzionamento del sistema risarcitorio consente alle imprese non solo di affrontare eventuali contenziosi, ma soprattutto di ridurre i rischi e prevenire situazioni potenzialmente dannose.


Se avete bisogno di ulteriori chiarimenti o di una consulenza su questi o altri argomenti non esitare a contattarci, lascia i contatti sul nostro sito per essere ricontattato.

 

Diffamazione e diritto di cronaca: Cassazione 2023

Diffamazione a mezzo stampa e diritto di cronaca: i chiarimenti della Cassazione 

Nel 2023 la Corte di Cassazione è intervenuta più volte sul tema della diffamazione a mezzo stampa. Le pronunce della Sezione III civile – sentenze n. 19376 e n. 19250 del 7 luglio 2023 e ordinanza n. 18835 del 4 luglio 2023 – offrono chiarimenti importanti sul rapporto tra libertà di informazione e tutela della reputazione.

In particolare, la Corte ha affrontato tre profili centrali: la responsabilità del giornalista nel caso di interviste, i limiti della cronaca giudiziaria e il ruolo del giudice di merito nella verifica del diritto di cronaca. Le decisioni, lette insieme, delineano un quadro coerente e utile per imprese e professionisti.

Intervista e responsabilità del giornalista

Con la sentenza n. 19376/2023 la Cassazione afferma un principio netto. Il giornalista che riporti un’intervista non è automaticamente esonerato da responsabilità solo perché riproduce fedelmente le dichiarazioni dell’intervistato.

Infatti, la trascrizione testuale non basta. Il giornalista deve comunque verificare che ricorrano i presupposti del diritto di cronaca. Occorre quindi che il fatto sia vero, che il linguaggio sia contenuto e che la notizia sia di interesse pubblico.

Se questi elementi mancano, la pubblicazione può integrare un illecito diffamatorio. In tal caso, il giornalista risponde a titolo di concorso insieme all’autore delle dichiarazioni. Pertanto, l’intervista non costituisce uno scudo automatico contro la responsabilità civile.

Cronaca giudiziaria e limite della verifica

Diverso è il caso affrontato dalla sentenza n. 19250/2023. Qui la Corte si concentra sulla cronaca giudiziaria e adotta un’impostazione più favorevole alla libertà di stampa.

Quando il giornalista riporta il contenuto di un provvedimento giurisdizionale, non è tenuto a verificare la fondatezza dei fatti accertati nel provvedimento stesso. Ciò che conta, invece, è che il provvedimento esista realmente e che il suo contenuto venga riferito in modo corretto e non distorto.

Inoltre, non assumono rilievo eventuali sviluppi successivi del procedimento. La responsabilità va valutata con riferimento al momento della pubblicazione. Di conseguenza, se l’articolo rispecchia fedelmente l’atto giudiziario ed è sorretto da interesse pubblico, la scriminante del diritto di cronaca opera.

Il ruolo del giudice di merito

Con l’ordinanza n. 18835/2023 la Cassazione chiarisce un aspetto processuale decisivo. La verifica dei presupposti del diritto di cronaca – verità, continenza e interesse pubblico – costituisce una valutazione di fatto.

Per questo motivo, tale valutazione spetta al giudice di merito. La Corte di Cassazione può intervenire solo in presenza di errori di diritto o di motivazione apparente. Non può invece sostituirsi al giudice nella ricostruzione dei fatti, se la motivazione è adeguata e coerente.

Di conseguenza, la fase più delicata del contenzioso si colloca nei giudizi di primo e secondo grado.

Libertà di stampa e tutela della reputazione

Le tre pronunce confermano che il diritto di cronaca non è un’esimente automatica. Al contrario, richiede sempre un bilanciamento concreto tra libertà di manifestazione del pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione, e diritto alla reputazione, protetto dagli artt. 2043 e 2059 c.c. e dall’art. 595 c.p.

Da un lato, la Corte ribadisce che l’intervista non esonera il giornalista dai propri doveri di verifica. Dall’altro lato, riconosce alla cronaca giudiziaria una tutela più ampia, purché l’informazione sia corretta e aderente al contenuto dell’atto.

In definitiva, ogni caso deve essere esaminato alla luce delle circostanze concrete. Proprio per questo motivo, un’analisi preventiva è spesso determinante.

Perché queste sentenze sono rilevanti per imprese e professionisti

Le controversie per diffamazione non riguardano solo il mondo dell’informazione. Sempre più spesso coinvolgono imprese, amministratori e professionisti esposti mediaticamente.

Comprendere i limiti del diritto di cronaca consente, innanzitutto, di valutare la sussistenza dei presupposti per un’azione risarcitoria. Inoltre, permette di impostare una strategia difensiva efficace e di prevenire rischi reputazionali.

In un contesto in cui la comunicazione è immediata e permanente, la tutela della reputazione rappresenta un asset strategico. Per questo motivo, è essenziale affrontare ogni caso con competenza tecnica e visione multidisciplinare.


Se avete bisogno di ulteriori chiarimenti o di una consulenza su questi o altri argomenti non esitare a contattarci, lascia i contatti sul nostro sito per essere ricontattato.

 

Azioni di responsabilità e crisi d’impresa: cosa cambia oggi

Azioni di responsabilità nella crisi d’impresa: cosa devono sapere oggi amministratori e sindaci

Negli ultimi anni, e ancor più con l’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, le azioni di responsabilità sono diventate uno degli strumenti centrali per la tutela dei creditori e per la ricostruzione dell’attivo nelle procedure concorsuali.
Si tratta di un tema che riguarda da vicino amministratori, sindaci, revisori e imprenditori, spesso inconsapevoli dell’effettiva estensione dei propri obblighi e dei rischi personali connessi alla gestione della società in crisi.

Il ruolo del curatore: non solo liquidazione, ma recupero di valore

Oggi la liquidazione giudiziale non si limita a “vendere ciò che resta”. Il curatore è chiamato a ricostruire l’attivoanche attraverso:

  • azioni di responsabilità verso amministratori e organi di controllo;

  • azioni risarcitorie per mala gestio;

  • iniziative contro il ricorso o la concessione abusiva di credito.

In questo contesto, l’azione di responsabilità diventa uno strumento ordinario e non eccezionale, soprattutto quando emerge una gestione non coerente con lo stato di crisi o di insolvenza.

Quando nasce la responsabilità degli amministratori

Gli amministratori rispondono quando violano i doveri di corretta gestione e di conservazione del patrimonio sociale. Alcuni esempi ricorrenti:

  • prosecuzione dell’attività nonostante la perdita del capitale o una causa di scioglimento;

  • mancata adozione di strumenti di risanamento;

  • assenza o inadeguatezza degli assetti organizzativi, amministrativi e contabili;

  • operazioni avventate o non giustificabili ex ante secondo la business judgement rule.

Il danno risarcibile, in molti casi, coincide con l’aggravamento del dissesto, cioè con la differenza tra la situazione patrimoniale al momento in cui si sarebbe dovuto interrompere o correggere la gestione e quella risultante all’apertura della procedura.

Adeguati assetti: un obbligo centrale, non formale

L’obbligo di istituire assetti organizzativi adeguati non è un adempimento burocratico. Serve a:

  • intercettare tempestivamente squilibri patrimoniali e finanziari;

  • valutare la sostenibilità dei debiti;

  • attivare senza indugio gli strumenti di regolazione della crisi.

La mancanza degli assetti non genera automaticamente responsabilità, ma diventa decisiva quando si dimostra che proprio tale carenza ha impedito di rilevare per tempo una crisi ormai irreversibile.

Sindaci e revisori: cosa cambia davvero con la riforma dell’art. 2407 c.c.

Una delle novità più discusse è la modifica dell’art. 2407 c.c., in vigore dal 12 aprile 2025.
La riforma introduce un tetto alla responsabilità risarcitoria dei sindaci, commisurato a un multiplo del compenso annuo percepito, salvo i casi di dolo.

Attenzione però a due aspetti fondamentali:

  • la responsabilità dei sindaci non è eliminata: resta piena sul piano dei presupposti (inerzia, omessa vigilanza, mancata reazione);

  • il limite opera solo sul quantum risarcibile, non sulla valutazione della condotta.

In altre parole, il sindaco che non segnala, non reagisce o non utilizza i propri poteri (convocazione dell’assemblea, denunce, impugnazioni) continua a esporsi a responsabilità, anche gravi.

Ricorso e concessione abusiva di credito

Un tema di crescente attenzione riguarda il ricorso abusivo al credito da parte dell’impresa in crisi e la concessione abusiva di credito da parte degli istituti finanziatori.
Proseguire nell’indebitamento dissimulando lo stato di insolvenza può comportare:

  • responsabilità civile;

  • responsabilità penale;

  • azioni risarcitorie promosse dal curatore nell’interesse della massa dei creditori.

Le banche, a loro volta, devono dimostrare di aver valutato seriamente il merito creditizio e la ragionevole prospettiva di risanamento dell’impresa.

Prescrizione e tempestività: il tempo è una variabile decisiva

Le azioni di responsabilità si prescrivono, di regola, in cinque anni, ma il momento iniziale varia:

  • per i creditori, spesso coincide con l’apertura della procedura;

  • per la società, con la conoscibilità del danno.

Per questo la tempestività delle verifiche e delle reazioni è un fattore chiave sia per chi agisce, sia per chi deve difendersi.

Perché questo tema è strategico per le imprese

Comprendere oggi il perimetro delle azioni di responsabilità significa:

  • ridurre il rischio personale di amministratori e sindaci;

  • strutturare correttamente la governance;

  • prevenire contenziosi lunghi e costosi;

  • gestire la crisi in modo ordinato e difendibile.

La crisi non è più solo un problema economico: è anche, e sempre più, un tema di responsabilità giuridica.

Se avete bisogno di ulteriori chiarimenti o di una consulenza su questi o altri argomenti non esitare a contattarci, lascia i contatti sul nostro sito per essere ricontattato.

Sezioni Unite della Cassazione: chiarito un nodo cruciale in materia di locazioni

Sezioni Unite della Cassazione: chiarito un nodo cruciale in materia di locazioni

La Corte di Cassazione, riunita in Sezioni Unite, ha recentemente sciolto un importante dubbio interpretativo in materia di risarcimento del danno derivante da risoluzione anticipata del contratto di locazione. La decisione – contenuta nella sentenza n. 4892 del 25 febbraio 2025 – rappresenta un punto di riferimento per proprietari e professionisti del settore.

Qual è la questione affrontata?

La controversia riguarda la possibilità per un locatore di ottenere il risarcimento dei canoni futuri non percepiti dopo la risoluzione anticipata di un contratto di locazione dovuta all’inadempimento dell’inquilino e alla restituzione anticipata dell’immobile.

Prima della pronuncia delle Sezioni Unite, la giurisprudenza non era uniforme su questo tema, con orientamenti contrastanti sulla natura e sul riconoscimento del danno da “mancato guadagno” dopo la restituzione del bene.

Cosa ha stabilito la sentenza delle Sezioni Unite

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno affermato che:

  • Il diritto del locatore al risarcimento del danno da mancato guadagno non viene automaticamente meno in seguito alla restituzione anticipata dell’immobile da parte dell’inquilino inadempiente.

  • Tuttavia, non è previsto un risarcimento automatico: il locatore deve dimostrare che la perdita dei canoni è stata diretta conseguenza dell’inadempimento e non derivante da altri fattori, come ad esempio la propria inerzia nel cercare un nuovo conduttore.

L’onere della prova: cosa significa nella pratica

Il punto centrale della nuova interpretazione riguarda l’onere probatorio:

Il locatore che richiede il risarcimento deve dimostrare:

  • di essersi attivato tempestivamente per trovare un nuovo inquilino dopo aver riacquistato la disponibilità dell’immobile;

  • che, nonostante questi sforzi, non è stato possibile riaffittare l’immobile, con conseguente perdita di canoni.

In altre parole: se il locatore non prova la propria diligenza nell’attivarsi per la nuova locazione, il risarcimento potrebbe essere negato poiché il danno potrebbe derivare dalla mancata iniziativa del proprietario piuttosto che dall’inadempimento dell’inquilino.

Perché questa pronuncia è importante

La decisione delle Sezioni Unite:

Uniforma l’interpretazione giurisprudenziale su un tema critico e spesso fonte di contenzioso.
Bilancia gli interessi tra locatore e conduttore, evitando risarcimenti automatici non fondati.
✅ chiarisce che la restituzione dell’immobile non annulla automaticamente il diritto al risarcimento pur sottolineando l’importanza della prova del nesso di causalità.

Questa impostazione fornisce una guida più chiara per i giudici di merito e per gli operatori del diritto, favorendo decisioni coerenti anche nei casi futuri.

Conclusione

Con la sentenza n. 4892/2025, le Sezioni Unite della Cassazione hanno consolidato un principio fondamentale nel diritto delle locazioni: il diritto al risarcimento del danno da mancato guadagno può sussistere anche dopo la restituzione anticipata dell’immobile, ma richiede specifiche dimostrazioni da parte del locatore.

Questa pronuncia rappresenta un importante riferimento per proprietari, avvocati e consulenti nell’ambito dei contratti di locazione, orientando future interpretazioni in modo più equo e giuridicamente rigoroso.

Cassazione: deducibilità dei compensi agli amministratori e incompatibilità con la carica di presidente o amministratore unico

Cassazione: deducibilità dei compensi agli amministratori e incompatibilità con la carica di presidente o amministratore unico

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 5318 del 28 febbraio 2025, ha affrontato nuovamente il tema della deducibilità fiscale dei compensi corrisposti agli amministratori di società di capitali, chiarendo i limiti entro i quali tali costi possono essere portati in deduzione dal reddito d’impresa.

Il caso

L’Agenzia delle Entrate aveva contestato a una società la deducibilità dei compensi corrisposti ai propri amministratori, sostenendo che si trattasse di attività assimilabili a quella dell’imprenditore e non di lavoro subordinato. La Commissione tributaria regionale del Molise aveva invece riconosciuto la deducibilità, ritenendo sufficiente il dato formale della previsione statutaria e delle delibere societarie.

La decisione della Cassazione

La Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata, affermando un principio di diritto di grande rilievo per la prassi societaria e fiscale:

  • Assoluta incompatibilità: non è mai possibile cumulare la qualifica di lavoratore dipendente con la carica di presidente del consiglio di amministrazione o di amministratore unico. In tali casi, infatti, manca per definizione il vincolo di subordinazione, elemento essenziale per configurare un rapporto di lavoro e dedurre i relativi costi.
  • Verifica concreta: negli altri casi (ad esempio per amministratori delegati o consiglieri), la compatibilità tra carica sociale e rapporto di lavoro subordinato va verificata in concreto, valutando:
    • l’effettiva attribuzione di mansioni diverse da quelle proprie della carica sociale;
    • la sussistenza di un reale potere direttivo, gerarchico e disciplinare da parte di altri organi sociali.

Implicazioni pratiche

Secondo la Cassazione, non basta la mera delibera assembleare o statutaria a fondare la deducibilità: occorre dimostrare che l’amministratore abbia svolto attività ulteriori rispetto a quelle tipiche della carica e in una condizione di effettiva subordinazione.
In caso contrario, il compenso potrà spettare all’amministratore, ma non sarà deducibile come costo da lavoro dipendente.

Conclusioni

La pronuncia ribadisce un principio importante per la fiscalità d’impresa:

  • le società devono prestare particolare attenzione nella documentazione dei rapporti con i propri amministratori;
  • la deducibilità dei compensi non è automatica, ma subordinata alla verifica della natura dell’attività effettivamente svolta.

Se avete bisogno di ulteriori chiarimenti, non esitate a contattarci lasciando i vostri dati sul nostro sito, così da venire richiamati!

Nullità dei tassi di mutuo dal 2005 al 2008. Scopri quando puoi ottenere il rimborso

Manipolazione dei tassi: Il cliente può richiedere la restituzione di quanto indebitamente versato

Il tasso d’interesse è una misura del costo del denaro preso in prestito o del rendimento di un investimento. Esso rappresenta una percentuale dell’ammontare del capitale prestato o investito e viene generalmente espresso su base annua. Il tasso d’interesse è un concetto fondamentale nell’economia e nella finanza, influenzando una vasta gamma di attività economiche, dai mutui alle carte di credito, dagli investimenti alle obbligazioni governative.

Composizione del Tasso di Interesse

Il tasso di interesse applicato ai mutui e ad altri tipi di prestiti è generalmente composto da due elementi principali:

  1. Euribor (Euro Interbank Offered Rate): L’Euribor è il tasso medio a cui le principali banche europee si prestano denaro a vicenda sul mercato interbancario. È un indicatore chiave della salute economica e della fiducia tra le istituzioni finanziarie. Esistono diverse scadenze per l’Euribor, che vanno da una settimana a un anno, e il tasso varia in base alla scadenza prescelta.

  2. Spread: Lo spread è un margine aggiunto dalle banche al tasso Euribor. Questo margine riflette il rischio creditizio del mutuatario, i costi operativi della banca e il suo margine di profitto. In pratica, lo spread varia da un’istituzione finanziaria all’altra e può essere influenzato da vari fattori, tra cui la solvibilità del richiedente, il valore dell’immobile nel caso dei mutui ipotecari e le condizioni del mercato finanziario.

Funzionamento dell’Euribor e dello Spread

Quando un cliente richiede un mutuo a tasso variabile, il tasso di interesse che pagherà è la somma dell’Euribor più lo spread. Ad esempio, se l’Euribor a tre mesi è dell’1% e lo spread applicato dalla banca è del 2%, il tasso di interesse finale sarà del 3%.

L’Euribor viene calcolato quotidianamente sulla base delle comunicazioni inviate dalle banche del panel partecipanti ogni giorno di negoziazione tra le 10.45 e le 11.00, ora di Bruxelles, a Thomson Reuters, l’agenzia incaricata di eseguire i calcoli per conto della Federazione Bancaria Europea (FBE).

Manipolazione dei Tassi Euribor (2005-2008)

Tra il 2005 e il 2008, l’Euribor è stato oggetto di manipolazione da parte di alcuni istituti di credito. Le banche coinvolte hanno alterato le quotazioni dei tassi per influenzare l’Euribor a proprio vantaggio, causando fluttuazioni artificiali nei tassi di interesse applicati ai mutui a tasso variabile. Questo scandalo ha avuto ripercussioni significative sui mutuatari, che si sono trovati a pagare tassi di interesse più alti del dovuto.

Nel 2013, la Commissione Antitrust Europea ha riconosciuto la violazione dell’art. 101 del Trattato CE, che vieta accordi tra imprese e pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e falsare la concorrenza. È stato accertato che le banche coinvolte avevano partecipato a un cartello per manipolare l’Euribor attraverso contatti bilaterali, chat online, e-mail e messaggi telefonici.

La Sentenza della Cassazione n. 34889 del 2023

Nel 2023, la Corte di Cassazione italiana ha emesso una sentenza storica (n. 34889) che ha dichiarato la nullità dell’Euribor per tutti i contratti di mutuo stipulati tra il settembre 2005 e il maggio 2008. La corte ha riconosciuto che l’Euribor in quel periodo era stato manipolato, rendendo illegittimi i tassi di interesse applicati nei mutui basati su questo indice.

Implicazioni della Sentenza
  1. Nullità dei tassi di interesse: I mutuatari che hanno stipulato contratti di mutuo durante il periodo della manipolazione possono ora chiedere la nullità del tasso di interesse applicato. Questo potrebbe portare a un ricalcolo degli interessi dovuti e a possibili rimborsi da parte delle banche.

  2. Rimborso retroattivo: I mutuatari potrebbero avere diritto a rimborsi per gli interessi pagati in eccesso a causa della manipolazione dei tassi. Questo rappresenta un significativo sollievo finanziario per molte famiglie e imprese.

  3. Riforma dei tassi di riferimento: La sentenza potrebbe spingere le autorità a riformare il sistema di calcolo dei tassi di riferimento come l’Euribor, per prevenire future manipolazioni e garantire una maggiore trasparenza e affidabilità.

Conseguenze della Nullità dell’Euribor per i Mutui

I mutuatari coinvolti possono richiedere la restituzione di quanto indebitamente versato a seguito della nullità dell’Euribor. Gli interessi passivi dei mutui sono quindi da ricalcolare per l’intero periodo in questione, utilizzando tassi sostitutivi previsti dall’art. 117 del Testo Unico Bancario (tassi dei Bot a 12 mesi) o i tassi legali ex art. 1284 c.c.

Se avete bisogno di ulteriori chiarimenti, non esitate a contattarci lasciando i vostri dati sul nostro sito, così da venire richiamati!

Cassazione: Annullate le multe degli autovelox non omologati

Cassazione: Annullate le multe degli autovelox non omologati

La recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 10505 del 18 aprile 2024) ha stabilito che l’omologazione e l’approvazione degli strumenti di misurazione della velocità, come gli autovelox, sono procedimenti distinti e non possono essere considerati equivalenti dal punto di vista giuridico. Questa decisione ha suscitato un notevole interesse poiché potrebbe avere significative implicazioni per le amministrazioni comunali e gli automobilisti che hanno subito delle multe.

Le associazioni di categoria dei consumatori vedono nella sentenza della Corte di Cassazione un’importante affermazione dei diritti dei cittadini e un monito per le amministrazioni comunali a rispettare rigorosamente le norme sulla omologazione degli autovelox.

Distinzione tra Omologazione e Approvazione

Secondo la Cassazione, l’omologazione è un processo che autorizza la riproduzione in serie di un dispositivo che è stato testato in laboratorio. Questo procedimento è di competenza del Ministero per lo Sviluppo Economico (ora Ministero dell’Industria e del Made in Italy). L’omologazione garantisce che lo strumento sia perfettamente funzionante e preciso, una condizione essenziale per la legittimità dell’accertamento delle infrazioni stradali (art. 142, comma 6, Codice della Strada)

Dall’altra parte, l’approvazione è un procedimento che non richiede il confronto del prototipo con caratteristiche specifiche ritenute fondamentali. Questo processo è meno rigoroso dal punto di vista tecnico e non può sostituire l’omologazione, poiché non fornisce le stesse garanzie di accuratezza e affidabilità

Implicazioni per le Multe da Autovelox

La sentenza della Cassazione ha stabilito un precedente importante, affermando che le multe per eccesso di velocità rilevate da autovelox approvati ma non omologati possono essere annullate. Questo principio è stato applicato in un caso riguardante un conducente di Treviso, la cui multa è stata annullata perché l’autovelox utilizzato era solo approvato e non omologato.

Cosa Fare in Caso di Multe

Gli automobilisti che ricevono una multa per eccesso di velocità dovrebbero esaminare attentamente il verbale di contravvenzione per verificare se l’autovelox utilizzato è stato omologato. Se il dispositivo è solo approvato, è possibile presentare un ricorso. Il ricorso può essere effettuato entro 60 giorni al Prefetto o entro 30 giorni al giudice di pace.

Una volta ottenuta la documentazione è necessario esaminare le specifiche dell’autovelox, in quanto la procedura non garantisce l’automatico annullamento delle sanzioni.

Se avete bisogno di ulteriori chiarimenti, non esitate a contattarci ai contatti previsti nell’apposita sezione oppure a lasciare i vostri dati sul nostro sito, così da venire richiamati!

Procedura di Ricorso

Per contestare una multa, è necessario richiedere l’accesso agli atti presso il comune in cui è installato l’autovelox. Questa documentazione dovrebbe includere il numero e la data del decreto ministeriale di omologazione o approvazione, nonché il nome del fabbricante. Questi dettagli sono fondamentali per verificare la legittimità del dispositivo e, di conseguenza, della multa.

Conclusioni

La sentenza n. 10505 della Corte di Cassazione ha chiarito definitivamente che omologazione e approvazione non sono sinonimi e che entrambe le procedure hanno ruoli distinti e non intercambiabili. Questo ha implicazioni significative sia per le amministrazioni comunali, che dovranno assicurarsi che gli autovelox siano omologati per evitare l’annullamento delle multe, sia per gli automobilisti, che possono contestare le multe emesse con dispositivi non omologati.

È importante che gli automobilisti siano consapevoli di queste distinzioni e verifichino attentamente i verbali di contravvenzione per esercitare i loro diritti in caso di multe ingiustamente emesse.

Se avete bisogno di ulteriori chiarimenti, non esitate a contattarci lasciando i vostri dati sul nostro sito, così da venire richiamati!